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domenica 3 novembre 2013

PELI SUPERFLUI, DIE HARD


Ero ancora una ragazzina, a cui piaceva indugiare nella terra di mezzo fra l'infanzia e l'adolescenza, periodo quello in cui, in noi, si rafforza la consapevolezza del nostro corpo e dei cambiamenti a cui va incontro. Ma, e qui credo di ottenere consensi, dalle donne in particolare, una ben precisa consapevolezza si fa largo: la comparsa dei peli supeflui.
Ma che cavolo ci fanno sul nostro corpo? Insomma, dico io, non sono gli uomini ad averli quale emblema di virilità? Cosa centra che nascano anche a me sulle gambe? Perchè accanirsi all'inguine? E poi, stramaledetti, vorreste anche dare un tono di colore al mio labbro superiore?
Questi quesiti si susseguirono all'interno della mia mente facendo dei confronti con le mie donne di casa, che erano immuni a questo virus. Due potevano essere le risposte: o vi ponevano rimedio senza che io me ne accorgessi, oppure non ne avevano la necessità. 
Nel primo caso ero decisa a scoprire il segreto di tale eliminazione, nel secondo mi resi conto che avrei potuto subire un grave trauma.
Ricevetti un grave trauma, ma che ero, la figlia di un dio minore? No, mi dissero, ero solo figlia di mio padre, i cui capelli e relativi peli, erano neri come l'ebano, corvini insomma.
Non poteva essere, perchè proprio io? Ma come, loro potevano mettere in mostra le gambe in qualunque momento, infilarsi il bikini e via al mare e io no? Apriti o terra!
Di sicuro era una punizione divina, la pena del contrappasso, il karma di una vita precedente......
Tuttavia la mia disperazione non era utile alla risoluzione del problema (problema che ovviamente era enorme ai miei occhi, perchè alla fine poi tutta questa foresta nera non c'era....).
E mentre in casa mi si diceva di non farmene un complesso, io mi limavo e contorcevo, soprattutto quando le nonne davano voce alla saggezza popolare, che per altro in quel momento trovai essere una saggezza di infima categoria e solo per imbecilli: "Donna pelosa, donna virtuosa!" e giù a ridere.....
Io non ci trovavo nulla da ridere, ma proprio un fico secco di nulla e manifestai il mio disappunto per quell'ironia sciocca e frivola. Se non volevano darmi una mano consigliandomi la soluzione migliore, avrei fatto di testa mia, piuttosto quegli incomodi peli li avrei bruciati uno per uno.
Quando il resto del gineceo, capì che facevo maledettamente sul serio, pensò bene di assecondarmi, prima che trovassi soluzioni estreme, tipo la scarificazione.
Venni indirizzata presso un centro estetico, dove gli incomodi abitanti delle mie gambe furono attaccati dalla ceretta; ero talmente risoluta nel perpetrare il genocidio pilifero che persino l'estetista si chiese come facessi a non fare smorfie di dolore. Uscii con un senso di leggerezza mai sentito prima, pur sapendo che quella battaglia non era certo terminata lì. Quindi, per non dare tregua a quella gramigna infestatrice, mi dotai anche di un silkepìl, in modo tale che, al riapparire del praticello parassita, avrei annientato sul nascere la baldanza di quegli invasori.
Ho usato tutti i silkepìl esistenti sul mercato, ho testato le varie generazioni di questi ultilissimi strumenti, defalciatori dei residui della atavica pelliccia che ci ricopriva milioni di anni fa, e finalmente, ho sterminato alla radice i barbari invasori.

sabato 2 novembre 2013

PULVIS ES ET IN PULVEREM REVERTERIS

No, non vado quasi mai al cimitero, i miei dolori me li porto dentro ogni giorno, sono un bagaglio, che abita dentro di me. A che guardare un sepolcro, e sostare davanti ad una tomba? Ho dentro tutto il ricordo di coloro che non ci sono più, vivo e forte.
Quel dolore non se ne va mai, è arpionato dentro, ci ho fatto l'abitudine, ma è lì, con le sue crisi acute, che si alternano a periodi di lieve sollievo, nel susseguirsi dei giorni.
Non vado al cimitero, come molti, che ogni giorno sono in pellegrinaggio alle tombe dei loro morti, guardare una lapide non mi basta, non mi consola, non allevia il mio dolore. L'assenza e il vuoto, questo è il cimitero che visito tutti giorni. 
Lì vi sono sentieri infiniti, che percorro pensando a  chi  mi ha lasciato anzitempo, non una foto sbiadita che mi guarda da un freddo granito, non i fiori appassiti, non le foglie stanche, che pugnalano i miei occhi, non le lettere in ottone, quelle fredde date che come un passaggio a livello delimitano il tempo passato in questo mondo.
Non vado al cimitero, non sopporto le chiacchiere inutili di quelli che incontro a fare il giro delle tombe, che commentano la vita di chi ormai vita non è più, ai morti non importa. E non importa a me, perchè per le chicchiere vi sono altri luoghi, e il cimitero è il luogo del silenzio, il luogo del rispetto, e tuttavia non mi piace. Non rifiuto la morte, essa fa parte della vita, senza l'una non v'è l'altra, ma  associo il cimitero a una prigione, un confino che serve a noi per tenere incatenati qui, coloro che ci hanno lasciato. 
Affidiamo al vento, all'acqua le ceneri dei nostri morti, lasciamo che se ne vadano, è inevitabile che portino con sè anche una parte di noi, ma il loro compito  qui è finito, e la mia mente rifiuta di incatenarli in queste silenziose città dove brillano solo lumini notturni.
"Pulvis es et in pulverem reverteris (Polvere sei e polvere ritornerai)", e lasciamo dunque che la madre terra,  si riprenda ciò che ha dato, quando la scintilla divina ci ha creato.

giovedì 31 ottobre 2013

ELUCUBRAZIONI DI UN GIOVEDI' POMERIGGIO

Ci fu un tempo in cui pensavo a come sarebbe stata la mia vita se fossi nata in tutt'altra epoca. Ma passando in rassegna la storia dell'uomo, riandavo sempre ai tempi delle più antiche civiltà del mondo, quasi alla genesi dell'uomo. Agli antichi misteri degli  Egizi, dei Sumeri e degli Assiri, a quello strano e quanto mai moderno partrimonio di conoscenze astronomiche e matematiche, forse un po' magiche che quei sapienti detenevano, così lontani eppur così vicini e presenti.
A volte mi sorprendevo intenta a ricordare chissà cosa, di accaduto così lontano nel tempo, quasi vi fossi appartenuta veramente, eliminando tutti quegli oggetti moderni che fanno parte della nostra vita e che forse un tempo non esistevano o, come secondo certe teorie asseriscono, esistevano e se ne faceva un uso molto più consapevole e utile all'umanità.
Ricca, povera, schiava, uomo o donna? Sacerdotessa,  soldato, architetto, chi mai?
Di libri sulla vita quotidiana nell'antichità ne ho letti tanti, ma nulla mai  poteva saziare quella curiosità, di vivere in quei tempi, vedere battaglie, partecipare ad intrighi, incontrare Nefilim, i giganti, figli degli angeli caduti e delle figlie degli uomini, eroi forse delle saghe omeriche, semidei dalle facoltà sovrumane, dialogare con i filosofi, vedere le Piramidi in tutto il loro abbagliante splendore e osservare la costellazione di Orione così come esse, la testimoniano oggi, indagare i misteri della morte, della notte e del giorno.
Era un tempo in cui se avessi potuto mi sarei dedicata all'archeologia, a capire il perchè della fine e dell'inizio, della perdita di conoscenze incredibili, del perchè tanti miti sono comuni a civiltà che si presuppone non si siano mai incontrate, per esempio quello del diluvio. 
Tutte le mie speculazioni probabilmente erano rivolte all'imperituro perchè: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, domande che però ho sempre avuto l'impressione affliggano più noi che quei popoli così evoluti. 
Anzi, sono convinta che, di come siamo adesso, avrebbero abbondantemente riso, come avrebbero considerato vuoti e vani i valori a cui facciamo riferimento, peccato davvero aver sbagliato epoca.



martedì 29 ottobre 2013

LA SPERANZA, ULTIMO BALUARDO



La vita è fatta di speranza, pianta che necessita di essere coltivata e curata quotidianamente. In questo mondo così perverso e sempre più crudele, in cui è difficile trovare un posto per se stessi, senza speranza è quasi impossibile sopravvivere. 
A volte non ci accorgiamo nemmeno di sperare, tanto siamo presi dall' affanno del quotidiano, quella sorta di lotta per la specie, presi e concentrati dal non farci scartare dalla nuova e artificiale selezione naturale.
Se non hai successo, non sei nessuno, se non sei bello non sei nessuno, se non hai potere non sei nessuno, se non hai soldi ti gettano immediatamente dalla rupe Tarpea. 
Essere sensibili, avere in seno quelle corde che vibrano anche per le piccole cose di ogni giorno e che forse ci classificano un po' poeti, è un handicap incorreggibile, quella sorta di autismo che non ti permette di comunicare con il mondo vero, quello che è in stato di guerra permanente di tutti contro tutti, mi risuonano nella mente le parole di Hobbes: "Homo, homini lupus".
Sono tutti esperti nell'arte dell'agguato, ed è così facile diventare preda, nel mondo del lavoro, perchè la crisi ci ha già messo in ginocchio, perchè ci sono i raccomandati, perchè anche solo essere disponibili con i colleghi viene visto come segno di stupidità, nella vita di tutti i giorni, basta andare al supermercato e trovi il furbetto di turno che cerca di passarti avanti mentre sei in fila alla cassa, o quello che con una manovra a rischio incidente ti frega il parcheggio, o il paziente dell'ultimo minuto che salta la fila dal medico perchè ha solo bisogno di una ricetta veloce veloce e poi ci sverna un'ora.
Io faccio le file, non ho conoscenze e infatti veleggio veloce nel precariato quando mi va bene, attendo il mio turno, condivido il mio sapere e se qualcuno mi chiede aiuto nel mio piccolo sono generosa.
Sbagliato, errore madornale, ci sono rimasta fregata vieppiù volte. Ma con tutto ciò continuo a sperare, a credere che si possa con il proprio essere schietti e onesti dare un misero esempio di coerenza, che dimostrare le proprie capacità sia ancora un buon biglietto da visita, a volte più importante di tante specializzazioni. Cerco di migliorarmi, perchè spero fortemente che la volontà che impegno ogni giorno nell'essere corente con me stessa e i miei principi sia il passaporto che può aprirmi nuovi spiragli e nuove porte.
Lo spero, perchè senza la speranza, il mio futuro appare piuttosto oscuro, senza prospettive di lavoro, senza affetti veri, senza sincerità, in un mondo dove la disonestà è diventata la dea maggiormente venerata, dove le scorciatoie sono preferite a percorsi che costano fatica e impegno, dove il facile guadagno è in prima fila rispetto a qualunque etica e morale.
Quindi spero, e coltivo nel mio vaso la speranza, questa piccola e timida pianticella, che ha il gran potere però, di farmi apparire la notte meno scura.

lunedì 28 ottobre 2013

LA NEBBIA DELL'IGNOTO


 Apro gli occhi e sono in mezzo ad un mare di nebbia spessa, senza punti di riferimento, senza luce, immersa in un grigiore tutto uguale, dove anche il respiro si fa affannoso. 
Il passo è incerto, non v'è percezione di ciò che mi circonda. Giro su me stessa ma tutto intorno a me è uguale. Cerco disperatamente di guardarmi i piedi, per capire dove poggiano, ma non li vedo, sento solo qualcosa di gelatinoso e globoso che mina la mia stabilità. Provo a camminare, lentamente, portando le mani avanti, per proteggermi, ma sembra che mi trovi in uno sterminato spazio aperto dove non c'è suono, solo nebbia. Sembra un muro gigantesco, impenetrabile, che il mio tatto percepisce, ma che non è consistente. E' una cataratta che mi avvolge, e io cerco di camminare.
Ad ogni passo mi pare di sprofondare, come su trucioli di gomma, barcollo. Non riesco ad articolare parole, vorrei urlare, ma non ci riesco, sono sola con i miei pensieri e un intento che non controllo.
La nebbia preme sul mio corpo, ne avverto la pesantezza, so che non devo fermarmi per nessun motivo, mi sento braccata, ma non so da cosa o chi. 
Vado avanti a tentoni, incespicando, camminando in quella che mi pare essere una eternità caotica e senza forma. Non ho percezione del tempo che passa, senza riferimenti visivi è come non esistere. 
Mi struggo, nella paura e nella disperazione e quando il mio io cede alla rassegnazione, mi accascio a terra e allora sento, come foglie di sottobosco umide, il fruscio di un terreno reale, e la nebbia comincia a lasciare qualche sprazzo di confuso panorama.
Di fronte a me un ponte. Ma dove porta? Su cosa è sospeso? Cosa c'è al di là? Mi siedo al suo limitare, sotto il ponte nebbia, intorno nebbia, la mia vista scorge solo pochi metri avanti, un tratto del ponte che penetra dentro questo grigio muro. Mi par di percepire una voce, una voce che viene da dentro, che mi istiga ad andare avanti, guardo il ponte, forse c'è qualcuno, una sembianza che si confonde con il lattiginoso essere di questo velo nebbioso che copre ogni cosa. 
Comincio a percorrere il ponte, scossa dal terrore del vuoto, strizzo gli occhi per mettere a fuoco l'incerta forma che sembra attendermi in quella che credo essere la metà del ponte. Dentro la mia testa risuona sempre più forte quella voce che mi incita, quasi mi frustasse, ad andare avanti, ma cos'è quella voce? 
Mi prendo la testa fra le mani, forse sto impazzendo, ma non la  posso  arginare, ripete continuamente di andare avanti. Voglio gettarmi nel vuoto, e farla finita, ma non riesco a staccare i piedi da terra se non per proseguire.
Cedo, non ho più la forza di contrastare quella voce, chiudo gli occhi e disarmata, lascio che quella voce sia la mia guida. 
All'improvviso un lieve tepore,  socchiudo le palpebre, mi ritrovo nel mio mondo, niente più nebbia, solo in lontananza quella voce: "Sono la voce del "vedere", hai assaggiato l'ignoto!"

mercoledì 23 ottobre 2013

IL VALORE DI UN SORRISO



Mi piace sorridere, fa parte del mio carattere e non solo, sono cresciuta in una famiglia che ama sorridere e adora ridere. Sì, si insegna anche questo, conosco persone che non sorridono mai e ridono raramente semplicemente perchè in famiglia nessuno lo ha mai fatto. E non mi si venga a dire che se si sorride quotidianamente è perchè non si hanno problemi, magagne, o pensieri; i periodi neri, tristi, quelli che sembrano non finire mai, durante i quali si accumulano tristezza, dolore, rabbia, senso di impotenza, fanno parte della vita di tutti noi, me compresa. Ma nonostante tutto, ritengo che il valore di un sorriso sia inestimabile.
Sorridere non significa essere deboli (una immane sciocchezza anche solo pensarlo), nè tanto meno ci espone al ridicolo o fa sì che di noi si mostri il fianco scoperto, e  non è un vento diabolico che deforma il viso, e con esso non si glorifica certo la futilià delle cose.
Sorridere non significa che la nostra anima non piange, non significa che non stiamo sopportando un dolore spirituale o fisico, non significa che non stiamo elaborando un lutto, sorridere significa non far pesare sugli altri il nostro malessere, perchè così facendo possiamo trarne un vantaggio anche noi, significa non scaricare su chi ci circonda malumori di ogni genere e tipo, al contrario potrebbe essere la chiave che ci apre una porta, quel piccolo tassello che manca per la risoluzione di un puzzle complesso.
Sorridere e ridere non sono sinonimo di sprezzo della fede, nè per altro dimostra che andiamo a braccetto con il Demonio. Se il riso uccide la paura (come diceva Jorge da Burgos nel "Nome della Rosa") ben venga allora e benedetto sia il riso che mi aiuta ad affrontare con minore ambascia la vita, non è già un inferno il mondo nel quale viviamo?
Quando gli angoli della bocca corrono ad abbracciare gli occhi, così nasce un sorriso.
E' una medicina gratuita, l'antibiotico che sbaraglia le facce lunghe e i visi bui, che fa bene all'umore, il proprio e quello altrui,  è un regalo che ci facciamo e che facciamo agli altri, un piccolissimo atto di generosità, che dovrebbe nascere spontaneamente, una mossa istintuale, come viene a me, ogniqualvolta i miei occhi incontrano un viso, ed è quello che faccio adesso con voi tutti, pur incontrandovi virtualmente.


giovedì 17 gennaio 2013

IL DESERTO (pensieri sconclusionati)

 
 
Sto osservando due piccole bottigliette di vetro, dentro cui ho riposto molto accuratamente due tipi di sabbia sahariana che mi è stata regalata da un fotografo viaggiatore. Il primo tipo, proviene dall'estremo sud del deserto, color salmone, di grana grossa, mentre il secondo, ha il tipico color della sabbia ed è finissima.
Mi piace pensare che queste sabbie che ora io posseggo, siano state testimoni di avvenimenti meravigliosi: il passaggio di antichi eserciti, di regine, la marcia dell'armata perduta, il galoppo di cavalli arabi, sotto il sole, fra le dune infuocate e battute dal vento.
Più le guardo, più in me cresce la brama di fuggire da qui e andare nel deserto, convinta di ritrovare in quel mare di sabbia, la vera me stessa.
Immagino ancora un mondo antico, fatto di tende, copricapi e caffettani, il mondo delle tribù nomadi che viaggiano tra un'oasi e l'altra, sulle piste carovaniere fianco a fianco con mercanti di spezie, oro e argento, pietre preziose. Città bianche, dalle cupole adorne di trafori belli come pizzi, cortili con fontane, suk, vicoletti stretti, mercati gremiti di gente, ricchezza e povertà, città del mistero.
Guardando queste sabbiettine, mi pare quasi di udire il soffio del vento, cori di donne, echi di battaglie, sussurri, nitriti.
E' un mondo insostenibile, talmente irreale da non sussistere già di per sé. Ma io spero sempre in un angolo di quel mondo ancora vivo. Non so perché, ma io il mio destino lo sento legato a questa terra, magari in una vita precedente ero figlia del deserto, del vento, del sole, forse le mie mani erano tatuate con l'henné. Difficile dire ciò che sento dentro, ma è come se ora un pezzetto di deserto fosse tutto mio.
Amo le tempeste di sabbia perché mi fanno amare la vita, amo il sole perché mi fa sentire il suo potere, amo la sabbia perchè nei suoi granelli racchiude tutto un mondo.
Io sono il deserto e il deserto è me, siamo una simbiosi perfetta, un unico corpo, atomi che si aggregano e disgregano, energia continua, flusso armonico dell'essere e della vita.
E più ne scrivo e più ne parlo, e più lo penso, e più me ne innamoro, mi attrae come una calamita, come un campo magnetico, mi risucchia come un buco nero risucchia la materia stellare.
E' come se lì il mondo si scordasse del progresso, della società, del conformismo, delle regole..
E' il suono del silenzio che penetra in te, quello strano suono della "sabbia che canta ", delle notti fredde, delle giornate torride, la vita e la morte, l'inferno e il paradiso. Ecco perché la solitudine spesso mi è cara,  a chi potrei dedicare queste riflessioni se non a me stessa?
Come mi piace l'odore di antico che mi ispirano, odore di aria diversa, di altro tempo, di altra vita, quell'aria da c'era una volta, dei fiori splendenti nell'abbraccio degli amanti. Il deserto non è forse il luogo dove giorno e notte si incontrano, patria di Iside e Osiride, tempio di Ra?
 
 

sabato 29 dicembre 2012

PRONOSTICI DI FINE ANNO: POLEMICA IN CORSO

 
 
 
E siamo giunti alla fine del 2012, fra alti e bassi, pronostici apocalittici, profezie.....
Sono i giorni in cui tutti quelli che incontri ti chiedono solo cosa farai la sera del 31 Dicembre, e mentre tu prendi fiato per rispondere, loro ti vomitano addosso quello che fanno loro: cenone al ristorante, settimana in montagna, cena in discoteca con serata musico danzante, pellegrinaggio in qualche piazza a sentire concerti e fare un bel bagno di folla, giro di locali a sbevazzare e via dicendo.  La domanda nasce spontanea: mi chiedi cosa farò e poi non mi dai il tempo di rispondere? Ma perché vi sta tanto a cuore dirmi quello che fate? Per poi guardarmi con gli occhi sgranati quando finalmente riesco a dire che me ne starò tranquilla e beata a casa di un'amica a godermi una deliziosa cenetta? Cosa ci sarà mai di tanto sconvolgente? Potrei stare tranquillamente a leggere le poesie di Oscar Wilde, o a guardarmi in santa pace un film, non importa che faccia quello che fanno tutti, io faccio quello che mi sento di fare. Se tutti si buttano in un pozzo devo farlo anche io? Non credo, io di solito vado in direzione opposta, e lo faccio inconsciamente. Magari sono una ragazza fuori moda: se vanno i capelli lunghi di sicuro io in quel momento li ho corti, se è il periodo delle minigonne io ho i pantaloni, se tutti portano il tacco alto io ho gli scarponcini coi lacci, sono costantemente fuori tempo, e per molti forse, fuori luogo. Ma la mia natura è questa non posso farci niente, e se mi si chiede quali sono i miei propositi per il 2013 rispondo che fra le mie priorità quella più urgente sarebbe porre fine al precariato lavorativo, per sentirmi un pochino più padrona della mia vita e magari organizzarla seguendo i miei ritmi, senza dovermi per forza aggiogare a quelli altrui, senza dover sempre ricominciare da capo e adattarmi a nuovi ruoli,  persone,  orari, incamerare continuamente informazioni  perché sono stanca di dover essere flessibile per altri, fare la parte della nuova arrivata a tempo determinato e dover spesso tenere nascoste le mie competenze per poter guadagnare mesi preziosi di stipendio. A chi mi chiede cosa farò la sera di fine anno vorrei poter dire che vado a ritirarmi in qualche angolo recondito del mondo semplicemente per non sentire la confusione che mi circonda e bearmi della musica suonata dal silenzio. Vorrei poter tranquillizzare i miei familiari che si preoccupano per me, e dire loro: "Non preoccupatevi a questo penso io", invece che sentirmi costantemente in debito perché sono loro ad aiutare me, vorrei che fossero fieri di quello che faccio, e soprattutto di quello che sono.
Mi opporrò a quelli che hanno fatto di tutto per conoscermi e farmi entrare nella loro vita e poi hanno tentato di cambiarmi  perché erano loro ad essere in crisi, perché io sono quello che sono, prendere o lasciare.

sabato 15 dicembre 2012

MEZZANOTTE

 
 
 
Spesso mi chiedo che effetto faccia lo scoccare della mezzanotte sulle persone.
I rintocchi di un orologio, forti, sicuri, che annunciano il suo scoccare: DON, DON, DON .
La mezzanotte ci comunica che l'oggi è finito e inizia il nuovo giorno, con le sue aspettative, che la notte fa le ore piccole e noi con lei se siamo ancora svegli, come me, in questo istante, proprio ora che scrivo a ruota libera questo post, ispirato da non so che cosa.
Amo la mezzanotte, l'ora delle streghe e dei fantasmi, delle storie di paura, dei film horror, l'ambiente naturale dei vampiri e dei lupi mannari, dei cavalieri senza testa che galoppano su destrieri dal manto morello.
Ma non solo, la mezzanotte è amica delle principesse, come Cenerentola, che perde la scarpetta che condurrà il principe a lei, e che segnerà la svolta felice nella sua vita.
Per qualcuno è appena appena l'inizio della vita notturna, in giro per locali, in discoteca, a casa di amici a vegetare davanti alla tv, davanti ad un gioco da tavolo, o immerso nella lettura di un libro con un buon bicchiere di cognac sapientemente riscaldato. E' l'ora della Corte dei Miracoli.
Per qualcuno scatta il turno di lavoro, la reperibilità, o  si mette a studiare come fanno innumerevoli studenti universitari presi dall'imminenza di un esame da sostenere (a me è capitato spesso, e, a dire la verità, non è che recepissi granché, ma mi illudevo di sfruttare tutto il tempo disponibile....).
Per altri è l'ora della riflessione, del bilancio della giornata appena trascorsa, dei pensieri intimi, dei ricordi, della sofferenza e del pianto (quante volte nel buio e nel silenzio, il cuscino è stato irrigato dalle lacrime!). Credo che più spesso di quanto si pensi, la mezzanotte in un certo senso sincronizzi le anime delle persone. E poi non dimentichiamoci che la mezzanotte è l'ora del collegamento al nostro ormai caro amato computer, per controllare le mail, entrare nei social network, giocare, scrivere i post sui blog..
Mi piace pensare che proprio a mezzanotte anche gli alieni si sentano un po' meno spiati dai nostri telescopi e allegramente si divertano a fare le loro scorribande sulla terra per osservare la nostra strana, ma quanto mai interessante vita; chiedendosi come mai il genere umano, pur dotato di libero arbitrio, viva un vita tanto madida di emozioni, ansie, paure, sbalzi d'umore, scoppi di gioia, cascate di lacrime, fiumi di risate, valanghe di avventure, intrighi internazionali.
La associo alla luna piena, alla sua luce bianca e trasparente, ai suoi mari magnifici per chi non sa nuotare come diceva Rodari,  tanto romantica e fonte inesauribile di ispirazione per scrittori e poeti, per aedi, amanti, avventurieri ed esploratori, ricordate la novella "Ciaula scopre la luna"?
La luna disegna magnifici ponti d'argento sul mare, e nei miei sogni di bambina spesso vi camminavo per giungere nel paese delle Mille e una Notte, dove mi aspettava il califfo Harun-al-Rashid, che su un tappeto volante mi avrebbe scortata a Samarcanda, Aleppo, Baghdad... 
Anch'io a modo mio a mezzanotte lascio una scarpetta virtuale,  la lascio così nell'etere, in attesa che qualcuno la raccolga, che legga ciò che scrivo e che lasci una traccia su questo mio sgangherato diario, dove tento di dare corso agli infiniti pensieri che pesco nel vasto mare delle possibilità.
E chissà perché li pesco sempre a mezzanotte, l'ora del contatto con il cosmo, con gli angeli, i jinn.
Ti amo mezzanotte.