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mercoledì 30 ottobre 2013

ALLA RICERCA DEL PERDUTO AMORE



Appartengo a te,
invisibile principe
che conobbi,
in altro tempo a me destinato,
ma perduto e sepolto,
sotto macerie di millenni di memoria antica.
Inconsapevole il mio cercarti
in questa vita, su una terra senza
riferimenti cardinali.
Vagai,
anelandoti,
alla ricerca di un segno,
in occhi vuoti,
in mani insensibili,
in braccia straniere.
Mi fermai,
in un luogo senza tempo,
riarsa dalla sete,
all'ombra di un palmizio,
e chiusi gli occhi aridi di pianto.
Volsi lo sguardo al verde,
ti trovai,
tu fermo,
statua di sale ormai.
Sul tuo sguardo spento
due lacrime caddero.
E fu metamorfosi,
di due anime,
perdute e ritrovate.
Sovrani invisibili noi,
legati,
immuni alla separazione,
nel regno  invisibile
dell'appartenenza totale.







lunedì 28 ottobre 2013

LA NEBBIA DELL'IGNOTO


 Apro gli occhi e sono in mezzo ad un mare di nebbia spessa, senza punti di riferimento, senza luce, immersa in un grigiore tutto uguale, dove anche il respiro si fa affannoso. 
Il passo è incerto, non v'è percezione di ciò che mi circonda. Giro su me stessa ma tutto intorno a me è uguale. Cerco disperatamente di guardarmi i piedi, per capire dove poggiano, ma non li vedo, sento solo qualcosa di gelatinoso e globoso che mina la mia stabilità. Provo a camminare, lentamente, portando le mani avanti, per proteggermi, ma sembra che mi trovi in uno sterminato spazio aperto dove non c'è suono, solo nebbia. Sembra un muro gigantesco, impenetrabile, che il mio tatto percepisce, ma che non è consistente. E' una cataratta che mi avvolge, e io cerco di camminare.
Ad ogni passo mi pare di sprofondare, come su trucioli di gomma, barcollo. Non riesco ad articolare parole, vorrei urlare, ma non ci riesco, sono sola con i miei pensieri e un intento che non controllo.
La nebbia preme sul mio corpo, ne avverto la pesantezza, so che non devo fermarmi per nessun motivo, mi sento braccata, ma non so da cosa o chi. 
Vado avanti a tentoni, incespicando, camminando in quella che mi pare essere una eternità caotica e senza forma. Non ho percezione del tempo che passa, senza riferimenti visivi è come non esistere. 
Mi struggo, nella paura e nella disperazione e quando il mio io cede alla rassegnazione, mi accascio a terra e allora sento, come foglie di sottobosco umide, il fruscio di un terreno reale, e la nebbia comincia a lasciare qualche sprazzo di confuso panorama.
Di fronte a me un ponte. Ma dove porta? Su cosa è sospeso? Cosa c'è al di là? Mi siedo al suo limitare, sotto il ponte nebbia, intorno nebbia, la mia vista scorge solo pochi metri avanti, un tratto del ponte che penetra dentro questo grigio muro. Mi par di percepire una voce, una voce che viene da dentro, che mi istiga ad andare avanti, guardo il ponte, forse c'è qualcuno, una sembianza che si confonde con il lattiginoso essere di questo velo nebbioso che copre ogni cosa. 
Comincio a percorrere il ponte, scossa dal terrore del vuoto, strizzo gli occhi per mettere a fuoco l'incerta forma che sembra attendermi in quella che credo essere la metà del ponte. Dentro la mia testa risuona sempre più forte quella voce che mi incita, quasi mi frustasse, ad andare avanti, ma cos'è quella voce? 
Mi prendo la testa fra le mani, forse sto impazzendo, ma non la  posso  arginare, ripete continuamente di andare avanti. Voglio gettarmi nel vuoto, e farla finita, ma non riesco a staccare i piedi da terra se non per proseguire.
Cedo, non ho più la forza di contrastare quella voce, chiudo gli occhi e disarmata, lascio che quella voce sia la mia guida. 
All'improvviso un lieve tepore,  socchiudo le palpebre, mi ritrovo nel mio mondo, niente più nebbia, solo in lontananza quella voce: "Sono la voce del "vedere", hai assaggiato l'ignoto!"

venerdì 9 novembre 2012

IL TEMPO




In questi giorni mi sono soffermata a riflettere su un comune concetto di cui ho letto e di cui ho sentito parlare forse troppo spesso: "il tempo è una gran cura per tutto".
Sinceramente non sono molto convinta della veridicità di questa affermazione. Il tempo stende la sua coltre su ogni cosa è vero, ma per quanto mi riguarda non ha curato proprio nulla.
Ciò che è avvenuto è totalmente intatto.
Posso parlare con più freddezza di avvenimenti senza tremare o piangere, ma non ha curato il dolore, la rabbia, la disperazione, l'intensità di un ricordo, di un profumo, non ha cancellato il potere tagliente di certe parole, l'espressione di sguardi, i brividi di un tocco....
Non passa giorno in cui la mente non torni a qualcosa di accaduto, qualunque sia l'ora, che io sia al lavoro, a fare sport, a seguire un programma e in questo stesso momento in cui sto scrivendo di getto queste parole un po' sconnesse, i pensieri corrono liberi nel sentiero che li porta al passato. 
Mi alzo la mattina e osservando i raggi di sole che entrano prepotenti dalle fessure delle tapparelle per darmi il buongiorno  penso.
Davanti ad una tazza di tè nel pomeriggio, davanti al pc non posso che prendere la macchina del tempo dei ricordi e via, basta impostare l'anno.
Tutto torna nitido e perfetto, persone, parole, azioni, è come rivivere e rivivere quegli istanti ogni giorno, sempre.
Sì, forse ripenso in maniera più obiettiva, ma i sentimenti quelli no, non cambiano, rimangono lì, come pietre, come macigni, pesanti, immobili, giganteschi, loro mi guardano e io li guardo, mi parlano e io gli parlo, mi sfiorano e io li sfioro, mi suggeriscono che ho ancora qualche conto in sospeso e io rispondo che non posso far altro che aspettare, che forse è un po' come aspettare "Godot".
La mia mente è come un'enorme biblioteca, un archivio inesauribile, e lì il tempo non può espletare la sua azione di scoloritura, di consunzione, non può strappare le pagine di quei libri, e non può neanche stenderci sopra la sua coltre spessa di polvere.
Caro tempo, tu scorri imperturbabile travolgendo ogni cosa ti si presenti davanti, un Langoliere direi, ma nulla puoi contro un cuore spezzato, perchè una volta spezzato, persino tu non puoi che fargli solo qualche graffio.
Sei come un predatore, che nel bosco più fitto della psiche umana, quello buio, senza luce, dove non ci sono sentieri, ti nascondi e aspetti la tua preda, la mia memoria,  me, che ancora rimango fortemente attaccata alla sfera selvaggia e archetipica del mio essere più primitivo.
Non c'è cura, tu passi, come passano i giorni, tuoi figli, i mesi e gli anni, io cambio nel corpo, ma di tutto ciò che ho dentro tu non puoi afferrare che schegge sfuggite solo al mio controllo.